Residenza artistica: esperienza fotografica in Senegal

La fotografa Sonia D'Argenzio riflette sulla sua esperienza presso una residenza artistica a Saint-Louis, in Senegal.

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Ho trascorso due mesi in una residenza artistica sull'isola di Saint-Louis, Senegal. Il mio obiettivo principale era quello di fotografare un Paese che mi affascinava fin dall’infanzia. Ciò si è rivelato molto più difficile di quanto mi aspettassi, e l’esperienza ha messo in discussione la mia visione della fotografia in un modo che mi ha cambiato la vita.

Saint-Louis è la seconda città più popolosa del Senegal, dopo la capitale Dakar. Si trova sulla costa occidentale dell’Africa, vicino alla foce del fiume Senegal, l’ultimo tratto prima dell’Oceano Atlantico. La città stessa è un tripudio di colori e un tripudio di calore e umidità. È una testimonianza del colonialismo che svanisce lentamente per rivelare un’antica cultura africana repressa e profondamente radicata.

È piena di persone in lotta tra ciò che è vecchio e ciò che è nuovo, tra ciò che è morto e ciò che sta raccogliendo forze per la vita. Una comunità in bilico tra un legame metafisico e un necessario distacco da spazi selettivi e da vari momenti temporali. Un’isola in transizione che si aggrappa alle proprie tradizioni, ma soprattutto un luogo al di là della merda e del desiderio.

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Nel fotografare Saint-Louis, avevo sottovalutato l’enorme disprezzo che i senegalesi nutrono nei confronti dei fotografi. Non ci si può fidare di noi. Non ci si può fidare degli europei. E non posso biasimarli. Nel corso dei secoli, gli europei si sono guadagnati una pessima reputazione, per usare un eufemismo. Era un fatto che non potevo contestare.

Ricordo il primo scatto che ho cercato di realizzare durante la mia visita. Mi trovavo su un ponte, mentre camminavo da Saint-Louis a Ndar Ndar, e ho tirato fuori dalla tasca la mia fotocamera compatta. Tutto intorno a me sentivo dire: ‘“TOUBAB, DEETDEET!”, che letteralmente si traduce con “PERSONA BIANCA, NO!”

Improvvisamente pervaso dal senso di vergogna, rimisi la macchina fotografica al suo posto e ciò che mi seguì fu il suono collettivo delle persone che emettevano un tsk tsk mormoravano sottovoce… un uomo mi ha persino puntato il dito contro con aria molto disapprovante.

Avrei voluto fotografare una barca da pesca sul fiume sotto il ponte; non c’era nessuno a bordo, non aveva nulla di sacro. Non capivo perché mi sentissi in imbarazzo. Essere un fotografo significa essere un voyeur; c’è molta perversione in questo. Considero la mia macchina fotografica come un mantello: quando mi trovo dietro questo oggetto sono completamente trasparente, ma questa è solo la narrazione della mia immaginazione poetica. Sono visibile tanto quanto il mio soggetto.

Essere un fotografo significa essere un voyeur; c’è una buona dose di perversione in questo.

Il disprezzo per il cinema e la fotografia in questa regione deriva da decenni di documentazione fuorviante. Pochi turisti visitano la zona, a parte gli occidentali che vivono una crisi di quart’età o di mezza età e intraprendono una crociata in Africa occidentale per “aiutare” coloro che percepiscono come “sfortunati”. Ci sono anche donne spagnole che si abbandonano alla fiorente industria dei gigolò. Le prime sono le principali responsabili di questa falsa percezione secondo cui il Senegal sarebbe una nazione di secondo piano, un paese del terzo mondo.

Il Senegal non è né migliore né peggiore, è semplicemente diverso. Tutto qui. Non serve a nulla soffermarsi sulla povertà o sull’inquinamento: sono ovunque. Non ho mai capito perché qualcuno voglia concentrarsi esclusivamente su un paesaggio deturpato o su una terra promessa, quando il cuore pulsante della vita batte proprio nel mezzo. Penso sempre a La fotografia di Meliha Varesanovic scattata da Tom Stoddart come la migliore fotografia di guerra mai scattata; non c’è sangue, non ci sono lacrime, solo l’orgoglio di una donna. Un frammento sincero.

Era questo il mio obiettivo: raccogliere immagini frammentarie di dettagli singolari in contesti caotici. Volevo creare un ricordo immaginario basato su verità che mi sussurravano segreti tutt’intorno. Chris Marker scrisse una volta: “Avrò trascorso la mia vita cercando di comprendere la funzione del ricordo, che non è il contrario dell’oblio, ma piuttosto il suo rivestimento. Noi non ricordiamo, riscriviamo la memoria proprio come viene riscritta la storia. Come si può ricordare la sete?”

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Avrò trascorso la mia vita cercando di comprendere la funzione del ricordo, che non è il contrario dell’oblio, ma piuttosto il suo reverso.

“Ricordo” di aver scattato una foto a un branco di cani selvatici che correvano lungo la costa atlantica: una vera e propria visione di libertà. Pochi istanti dopo aver scattato questa fotografia, il branco di cani è corso verso una delle mie amiche, l’ha circondata e poi uno di loro le ha morso il polpaccio. Aveva un livido e sanguinava, ma era così determinata a nuotare nell’oceano quel giorno che ci è voluta un’ora per convincerla ad andare dal medico.

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In Senegal, uno dei miei momenti preferiti legati al ricordo è una foto che ho scattato a una bara abbandonata sul ciglio della strada accanto a una Toyota argentata. C'era un mucchio di spazzatura sul lato sinistro della bara, ma l'ho escluso dall'inquadratura. Una volta scattata la foto, una ragazza di 16 anni è uscita di casa e mi ha raccontato che la sua vicina era morta la notte precedente nel sonno in circostanze misteriose. I membri della comunità stavano preparando il corpo per la sepoltura. Mi invitò a entrare in casa sua e ci sedemmo nel cortile insieme a sua sorella maggiore, una delle donne più belle che io abbia mai visto. La ragazza andò in camera da letto, portò fuori una piccola pila di libri e mi lesse alcuni brani scritti dal suo autore preferito. Mi raccontò storie del suo ragazzo, che teneva segreto al resto della famiglia ormai da tre anni, e di un episodio avvenuto all’inizio dell’anno, quando era stata mandata in ospedale per curarsi da una malattia che si era inventata solo per evitare un esame scolastico. Era un momento intrinsecamente dolce. C’era qualcosa di indefinibile, qualcosa di assolutamente perfetto in quel momento, ma l’immagine più nitida che ho di quel pomeriggio è una bara e una Toyota argentata.

La mia esperienza fotografica in Senegal mi ha confermato che la fotografia è una documentazione della storia altrettanto falsa quanto la parola scritta: non si può leggere tra le righe, così come non si può vedere al di fuori dell’inquadratura. Si può immaginare, si possono distruggere e creare mondi. Si può sovrapporre un’illusione all’altra, ma la verità è sempre più strana o meno importante della finzione.

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